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TAGLIARE I FILI DELLA VIOLENZA

Il 31,5 % delle donne italiane fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nel corso della vita. Si tratta circa di 6 milioni e 788 mila persone (1 donna su 3).
Il 35% delle donne nel corso della vita ha subito violenza fisica, psicologica o sessuale di solito da parte di uomini con i quali è legata o lo è stata (più raramente da sconosciuti), e ogni anno alcune di queste storie culminano in un femminicidio (termine coniato da Diana Russel nel 1992 per indicare l’omicidio da parte di un uomo di una donna in quanto donna) che rappresenta l’esito di pratiche sociali misogine.

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Una realtà sommersa

Il femminicidio è a volte il triste finale di una realtà sommersa che riguarda donne le quali vivono la violenza di genere nel quotidiano. Le donne, spesso, non hanno la percezione di ciò che subiscono realmente da anni o da una vita: attribuiscono il comportamento violento a situazioni esterne (“è stressato per il lavoro”), si attribuiscono la colpa (“l’ho provocato, non sono abbastanza paziente”), si caricano della soluzione (“sono io che lo devo aiutare, devo farlo stare bene”); tutto questo spesso appare come un tentativo di difendere il compagno, quando, nel profondo  la donna sta difendendo se stessa: è inaccettabile pensare di aver amato un mostro, di aver ricevuto odio in cambio di amore (in molti casi la prima manifestazione di comportamento violento arriva in gravidanza perché la donna non è più esclusivamente concentrata sul compagno ma rivolge parte delle attenzioni a se stessa).

Oltre a questi aspetti, le donne possono rimanere nel rapporto anche per difendere la relazione ossia per tenere in piedi il sogno del matrimonio e della famiglia allontanandosi dalla realtà e mettendo a rischio il proprio benessere e a volte, la vita. La non consapevolezza dei fattori culturali, dei meccanismi psicologici e delle dinamiche relazionali riguardanti la violenza di genere appartiene spesso anche ai familiari e agli amici i quali possono sottovalutare la richiesta di aiuto o al contrario colpevolizzare la donna di non essere capace di lasciare il compagno, creando una situazione di doppia sofferenza, inadeguatezza e isolamento.

Inoltre, il senso comune tende ad attribuire il fenomeno alla follia, perché non è concepibile che un uomo possa compiere un gesto simile nel pieno delle proprie facoltà mentali e una donna possa rimanere in una relazione violenta in un incrocio letale tra stereotipi di genere e stereotipi sulla violenza.

I segnali di “pericolo” da saper riconoscere

Se da un lato l’impegno deve esser quello di educare al rispetto le giovani generazioni, dall’altro possiamo aiutare le donne a riconoscere da subito i segnali di “pericolo” nel rapporto di coppia e a rivolgersi ai centri antiviolenza del territorio:

Insegnare ai bambini il rispetto delle diversità, educarli ai sentimenti e alle relazioni positive, accompagnarli nel riconoscimento dei condizionamenti culturali che limitano la libertàpermetterebbe loro di scegliere che uomo e che donna essere.

Giuseppe Mazzini ha scritto:

“Amate e rispettate la donna, non cercate in essa solo un conforto ma una forza, un’ispirazione, un raddoppiamento delle vostre facoltà intellettuali e morali. Cancellate dalla vostra mente ogni idea di superiorità, non ne avete alcuna, un lungo pregiudizio ha creato con una educazione diseguale e una perenne espressione di leggi, quell’apparente inferiorità intellettuale delle quale oggi argomentano per mantenere l’oppressione” (Dei dovere dell’uomo, cap. VI, 1860).